LUCCHINI: CEVITAL, KLESCH E IL FUTURO DELLO STABILIMENTO
Il presidente della società algerina Cevital, l’imprenditore Issad Rebrab, ha nuovamente incontrato giovedì Piero Nardi per poter affinare il proprio progetto. Rebrab ha confermato ai sindacati la propria volontà di presentare al più presto un’offerta vincolante per la Lucchini, forse già all’inizio di questa settimana.
Cevital ha proposto al Sindaco e ai sindacati la realizzazione in 18 mesi di una prima acciaieria elettrica ed entro due anni di un secondo forno, per una capacità produttiva di due milioni di tonnellate di acciaio, in parte di qualità ed in parte comune, da destinare soprattutto al mercato nordafricano. Interesse puntato anche sul porto e sulle aree più vicine alla città che saranno dismesse, per sviluppare quella che sembra la vocazione principale del gruppo, la filiera agroalimentare. Massima attenzione di Cevital anche al valore aggiunto, tanto che al sindaco e alle organizzazioni sindacali ha prospettato un revampig completo dei laminatoi attuali e la costruzione di un quarto impianto di laminazione che possa, nel giro di pochi anni, ricollocare tutti gli attuali dipendenti dello stabilimento.
Questi interessi “Last minute”, di Cevital e Klesch dopo mesi di silenzio, mentre Jndal presentava seriamente la propria offerta, hanno come problema principale i tempi nella procedura di cessione della Lucchini. La città ha bisogno di certezze ed i lavoratori hanno il diritto di conoscere il loro futuro. Sembra infatti che lunedì prossimo sarà tolto il gas che alimenta la cokeria e l’Afo. Tutti in attesa, quindi, di rapide mosse di Cevital, che sulla carta è l’offerta più interessante, ma che fa comunque crescere alcuni dubbi, come indicato anche da Legambiente.
Perché, quindi, un’azienda algerina che può disporre nel proprio paese di elettricità e metano a basso costo per fare il preridotto, oltre a numerosi altri vantaggi, dovrebbe investire per produrre in Italia? Due milioni di tonnellate di produzione come si conciliano con i treni di laminazione che al massimo ne possono lavorare la metà? In 18 mesi si può programmare e realizzare un forno elettrico?
Le risposte a queste domande devono essere molto convincenti, perché il rischio è di perdere anche i 700 posti garantiti da Jindal.
Giuseppe Trinchini
dal CORRIERE ETRUSCO 18/10/2014
Nessun commento:
Posta un commento